Attraversare le immagini. Riflessioni sulla MIA Photo Fair 2026 BNP Paribas
- Noemi Cattaneo
- 25 mar
- Tempo di lettura: 4 min
Aggiornamento: 29 mar
Alla Mia Photo Fair BNP Paribas lo sguardo costruisce connessioni: tra ricordo e trasformazione, opere lontane si sfiorano entrando in dialogo.
A cura di Noemi Cattaneo
Visitare Mia Photo Fair 2026 BNP Paribas, è come attraversare Milano senza una direzione precisa. Si procede per incontri, deviazioni improvvise, trattenuti da voci che emergono lungo il percorso, e soste silenziose.
Tra i corridoi, immagini lontane tra loro si sfiorano, attraversate dallo sguardo che percorre lo spazio espositivo. D’un tratto si costruiscono traiettorie mute, che si aprono e si interrompono, lasciando emergere connessioni inattese.
È in questo movimento che le opere di artisti diversi, dapprima distanti, sembrano osservarsi, quasi avvicinarsi, iniziando tra loro a dialogare. Ed è nelle associazioni dello sguardo che affiora qualcosa che riguarda non solo ciò che si osserva, ma anche il modo in cui lo si attraversa.
La fotografia è ciò che del ricordo resta.
L’occhio naviga e si incaglia, cerca di proseguire nella memoria per ricostruire un’immagine, ma qualcosa si interpone tra il ricordo e la visione.
In Catharsis and Returned della serie Beyond the visible, Kyungtaek Lee (AN INC., Seoul - Corea del Sud) interviene sulla stampa a pigmenti strofinandola, limando dettagli e facendone emergere altri. Questo gesto netto rende visibile una tensione tra lo sbiadire del ricordo, che lo alimenta in una costante trasformazione, e la tendenza a fissarlo nella memoria.
La fotografia, perciò, non cristallizza solo il ricordo di un momento o di un incontro, ma ne restituisce il carattere intangibile e cangiante, che abita nella mente di chi lo ha vissuto.
Più che fissare un momento, sembra restituirne l’effimero: il naturale dissolversi e sedimentarsi del confine tra ciò che è stato e ciò che si tenta di trattenere.


Se in Beyond the visible l’immagine si consuma dall’interno, in Barber Shop, New York, Anastasia Samoylova (Galerie Peter Sillem, Francoforte - Germania) ne porta la soglia sulla superficie del vetro, tra l’interno del barbiere e l’esterno piovoso.
La vista si offusca, trattenuta da una lastra sottile che non è solo barriera fisica, ma punto di contatto. Gocce di pioggia scorrono e si depositano sulla superficie, trasformandola in un campo vulnerabile, dove lo sguardo si ferma e si interiorizza.

Anche qui, come nel ricordo, l’immagine non è mai del tutto accessibile: resta filtrata, attraversata da una distanza che non si colma.
Anche ciò che è passato continua a cambiare.
La storia definisce un immaginario, ma come il ricordo, non rimane mai stabile. Le immagini si trasformano, attraversate dallo sguardo e dal tempo.
Nella serie Costumes, Thomas Gust (Buchkunst Berlin, Berlino - Germania) parte da ritratti di geisha realizzati in studi fotografici della fine del XIX secolo: immagini costruite, pensate per essere esportate in Occidente, che hanno contribuito a fissare un immaginario preciso. Eppure ciò che appare come documento rivela la propria natura artificiale. L’intervento pittorico dell’artista si deposita sulla superficie, alterandola e introducendo una nuova temperatura emotiva.
Le figure sembrano così sottrarsi alla fissità dell’immagine originaria: non più semplici rappresentazioni, ma presenze che si trasformano, restituite a una dimensione più personale.

Anche nelle opere di Chloé Jafé (Galerie Écho 119, Parigi - Francia) le figure femminili si muovono oltre il loro contesto originario. Nella serie I give you my life, le donne della Yakuza vengono traghettate in spazi immaginari e cromaticamente vibranti, dove il segno pittorico dialoga con quello del tatuaggio.


Se quest’ultimo imprime sulla pelle un’appartenenza, il gesto pittorico apre invece uno spazio di possibilità, più intimo e individuale. Manipolare le immagini della storia e del presente stratifica la percezione, rendendola instabile, emotiva ed autentica.
Come nell’opera Nell’attesa sorriderò di nascosto della serie No Portraits di Donatella Izzo (Tallulah Studio Art, Milano - Italia), dove la figura femminile si colloca in una zona sospesa, tra l’essere e l’apparire, tra ciò che è stato e ciò che si sta ancora formando.

L’estetica del cambiamento: un modo per non distogliere lo sguardo.
Non è solo la storia e il ricordo a mutare la percezione di un’immagine: lo fa anche lo sguardo, la sua direzione, la scelta di osservare.
Nella serie Unique Scenes, Johnny Miller (Buchkunst Berlin, Berlino - Germania) sceglie di elevarsi, di distanziarsi, per guardare il mondo dall’alto, volgendo - grazie a un drone - gli occhi verso il basso. La distanza rende evidenti e razionalizza le geometrie di disuguaglianza sociale: passaggi commerciali si riducono a rettangoli colorati, ciascuno con densità, storia e impatto propri, invisibili agli occhi ma evidenti alla coscienza individuale. La fotografia diventa così una radiografia dell’intero organismo sociale e globale.

Analogamente, in Materiale Residuo, Nanni Licitra (Lo Magno artecontemporanea, Modica - Italia) serigrafa le fotografie direttamente sulla plastica delle serre agricole. La superficie diventa essenza stessa: il fumo dei campi incendiati sembra permeare l’immagine, raddensandosi come avviene nel trittico in cui le macchie radiografiche nei polmoni degli agricoltori sono affiancate alle radiografie vegetali.
Se Miller eleva lo sguardo per indurci ad abbassare il capo in un atto di consapevolezza, Licitra ne annebbia la vista con il fumo, non per confonderci, ma per rendere necessario uno sbattere di ciglia, uno spostamento della direzione dello sguardo.


Si esce da Mia Photo Fair come si rincasa dopo una passeggiata a piedi per Milano: un po’ stanchi, con gli occhi pieni di immagini e il desiderio di fare silenzio, perché nel ricordo possano riaccendersi le conversazioni delle opere incontrate.



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