In conversation: l'artista Donatella Izzo
- Simon Invernizzi
- 9 feb
- Tempo di lettura: 10 min
Aggiornamento: 11 feb
Dieci anni di No-Portraits: anti-ritratti che ascoltano, trasformano e raccontano l’imperfezione tra memoria, gesto e identità sospesa.
A cura di Simon Invernizzi

Lo studio di Donatella è uno spazio raccolto, quieto, come se varcata la soglia Milano restasse fuori.
Mi accoglie con calore sincero, senza troppe formalità. Un sorriso diretto, di quelli che fanno sentire subito a proprio agio.
Mi invita a sedermi al tavolo vicino alla finestra e mi chiede se preferisco tè o caffè. Scelgo il tè; Lei annuisce e si allontana per qualche attimo.
Resto seduto. A un tratto percepisco una strana sensazione, come quando ci si sente osservati, e solo allora me ne accorgo.
Ci sono volti nella stanza. Non disposti in modo ordinato, né esposti per essere guardati. Alcuni sulle pareti, altri su mensole, altri ancora appoggiati su una sedia o sul pavimento. Non mi guardano direttamente, ma sento la loro presenza.
Una piccola audience silenziosa, un coro di presenze sospese, in attesa che qualcuno dia loro voce.
Quando Donatella torna e posa il tè sul tavolo, il momento non si interrompe. È come se lei e quei volti condividessero la stessa lingua.
Non sono ritratti, almeno nel senso che conosciamo. L’artista li definisce “No-Portraits” anti-ritratto.

NO-PORTRAITS
Una serie, che ha da poco compiuto 10 anni, che nasce dal desiderio di spostare il ritratto lontano dalla somiglianza. Qui il volto non serve a riconoscere una persona, ma a incontrare qualcosa di più interno: un passaggio, una tensione, un’identità che non sta mai ferma. Una ricerca e valorizzazione dell’imperfezione in un era in cui le persone fanno di tutto pur di eliminarla.
No-Portraits è, prima di tutto, una negazione. Un rifiuto dell’immagine levigata e impeccabile che popola i social, delle facce che sorridono sempre allo stesso modo.
Qui il volto non è superficie da mostrare, ma luogo da attraversare. Ogni cancellatura, ogni segno, diventa un modo per scardinare l’idea di perfezione e restituire spazio al difetto, al vissuto, a ciò che rimane dopo che l’immagine si è incrinata.
Izzo parla di “anti-ritratto” perché non cerca la somiglianza, ma la verità che resta quando il volto smette di essere riconoscibile. Nei suoi lavori la pelle si graffia, si dissolve, si ricompone: è la materia stessa dell’identità che si fa visibile, fragile, umana. Sono immagini che non chiedono di essere comprese, ma sentite. Ritratti che, mentre li guardi, ti restituiscono qualcosa di tuo, forse una parte che avevi smesso di vedere.
La fotografia è solo il punto di partenza.
Sulla stampa, Donatella interviene con tagli, abrasioni, strati di colore, polveri, gesso o inchiostro. Ogni gesto altera, cancella, riporta in vita. Quando il processo raggiunge un equilibrio fragile, l’artista scatta di nuovo: una seconda fotografia che fissa ciò che sta per dissolversi. Così il risultato finale non è mai la copia di un volto, ma la traccia di un passaggio. Un ritratto che, invece di mostrare, ascolta.

Donatella, quando hai iniziato a sentire il bisogno di “rompere” il ritratto tradizionale?
Ho iniziato a sentire il bisogno di rompere il ritratto tradizionale con l’esplosione di Instagram e dei social network, quando le immagini hanno cominciato a uniformarsi sempre di più attraverso l’uso di filtri e meccanismi di perfezionamento. Tutto appariva levigato, corretto, apparentemente impeccabile. In quel momento ho percepito chiaramente che si stava andando nella direzione opposta rispetto alla verità dell’individuo: una progressiva falsificazione dell’immagine di sé.
Da questa consapevolezza è nato il desiderio di avviare un progetto che facesse esattamente il contrario: un lavoro che non cercasse di nascondere, ma di scavare. Ho iniziato a concentrarmi sugli aspetti più profondi e meno rassicuranti delle persone, mettendo in evidenza i difetti non come elementi da correggere, ma come tracce identitarie, uniche e irripetibili. In questo senso il ritratto diventa uno spazio di resistenza, in cui l’imperfezione non è un limite, ma un valore positivo e necessario.
In che modo il concetto di imperfezione dialoga con la tua idea di bellezza?
Il concetto di imperfezione dialoga con la mia idea di bellezza proprio perché sono convinta che una bellezza universale non esista. La bellezza è qualcosa di profondamente soggettivo, suggestivo e inevitabilmente effimero: dura poco, cambia nel tempo, si trasforma. Per questo non può essere ridotta a un canone fisso o a un ideale estetico condiviso.
Credo soprattutto che la bellezza sia uno stato interiore, un modo di stare nel mondo. È la capacità di mostrarsi per ciò che si è, nella propria unicità, senza cercare di aderire a modelli imposti. In questo senso l’imperfezione diventa un elemento fondamentale, perché è proprio lì che emergono l’autenticità e la verità dell’individuo.
La bellezza, per me, si manifesta nei gesti che compiamo, nello sguardo con cui osserviamo le cose, nel rapporto che instauriamo con la natura e con le altre persone. È un insieme complesso che non si esaurisce nell’aspetto fisico, ma vive nelle sfaccettature più profonde della personalità, in ciò che siamo e in come ci relazioniamo al mondo.

Molti dei tuoi soggetti sono donne. C’è una forma di racconto comune che lega i loro volti?
Sì, la maggior parte dei miei soggetti sono donne, perché credo che il concetto di perfezione a tutti i costi e la celebrazione di una bellezza universale e standardizzata riguardino soprattutto il mondo femminile. Sono le donne, ancora oggi, a essere maggiormente coinvolte, e spesso schiacciate, da questi meccanismi di omologazione. Lo dimostra ciò che accade negli ultimi anni nel campo dell’estetica: i processi di “valorizzazione” della bellezza, affidati a chirurghi e medici estetici, stanno producendo volti sempre più simili tra loro, in cui gli stessi tratti vengono replicati sistematicamente. Un tempo si andava dal parrucchiere per avere il taglio del VIP del momento, oggi si va dal chirurgo per ottenere le stesse labbra, gli stessi zigomi, la stessa forma degli occhi.
In poco tempo si è verificata una standardizzazione preoccupante, che colpisce soprattutto le donne più fragili, quelle che sentono il bisogno di riconoscersi in modelli unificati di bellezza per potersi accettare. È anche per questo che ho scelto di rivolgermi principalmente a loro, come atto di attenzione e di presa di posizione.
Il filo narrativo che lega questi volti, però, non è mai rigido o dichiarato. È volutamente labile, perché ogni donna, e ogni persona, porta con sé una storia unica. Anche laddove, a un primo sguardo, sembra non esserci nulla da raccontare, scavando emerge sempre qualcosa. Il mio lavoro si muove proprio in questa direzione: cercare ciò che è nascosto, impercettibile all’inizio, e che ha a che fare non tanto con l’aspetto esteriore, quanto con la personalità profonda, una dimensione che appartiene a tutti.
In alcuni lavori appari tu, le tue figlie e persone che ami. Cosa significa per te “esporsi” attraverso di loro?
Sì, è vero. Alcune delle figure che abitano la serie No-Portraits nascono da incontri reali e da frammenti di memoria. In questo senso lavoro molto con una memoria profonda, stratificata, che mi porta a utilizzare parti dei volti di persone a me vicine. Amiche, affetti, talvolta anche le mie figlie. Questi elementi, però, non restano mai riconoscibili in modo diretto: li mescolo, li trasformo, li ricompongo per dare vita a volti che, nella realtà, non esistono.
Questo processo nasce dal desiderio di immaginare una nuova possibilità di bellezza, un canone diverso, in cui possa emergere l’idea di una bellezza collettiva: una bellezza che non appartiene a un singolo individuo, ma che unisce tratti, personalità e caratteristiche differenti, tutte ugualmente valide e necessarie.
In questo senso, l’esposizione non ha nulla di negativo e non è un ritorno alla volontà di apparire a tutti i costi, come accade spesso nei social. Al contrario, è un atto intimo e consapevole: creare immagini che sento profondamente mie, immagini forti, perché in esse riconosco frammenti di persone che amo. Questo riconoscimento mi restituisce una sensazione di ricostruzione, in cui passato e presente convivono e si intrecciano nello stesso spazio visivo. Spero che questa forza, che nasce dall’unione di più soggetti all’interno della stessa immagine, possa essere percepita da chi guarda e che il lavoro diventi così un’immagine ancora più profonda della realtà stessa.

Le tue immagini sembrano vivere più vite: fotografia, intervento manuale, poi di nuovo fotografia. Quando senti che un’opera è “finita”?
Le mie immagini vivono effettivamente più vite e l’opera finale è il risultato di una stratificazione di processi complessi, ognuno diverso dall’altro. Parto sempre da uno scatto iniziale, che viene stampato e diventa il luogo dell’intervento manuale. Su quella superficie lavoro in modo diretto e fisico, utilizzando tecniche differenti e spesso combinate tra loro: pittura, abrasione, l’uso di solventi per corrodere alcune parti dell’inchiostro, il collage, la sovrapposizione della stessa immagine più volte.
È un momento molto fragile del lavoro, quasi etereo: l’immagine può cambiare per un soffio di vento o per un gesto accidentale, ed è proprio questa instabilità che mi interessa. Quando però sento che l’opera mi restituisce un messaggio chiaro, come se fosse lei stessa a dire “basta, questa sono io”, allora la ( in alta risoluzione. In quel passaggio l’immagine cambia natura: da qualcosa di estremamente labile ed effimero diventa eterna. Lo scatto fotografico, in fondo, ha questa qualità di permanenza, di “per sempre”, e questo contrasto mi affascina profondamente.
Anche qui ritorna il tema della bellezza: qualcosa che dura pochissimo e allo stesso tempo può fissarsi per sempre. So che un’opera è finita quando è lei a parlarmi, quando mi chiede di fermarmi, di lasciarla così com’è e di andare via.
Hai parlato di fragilità e di gesti accidentali, hai mai pensato che un errore imprevisto potesse rivelare più verità di un gesto controllato?
Sì, assolutamente. Nel mio lavoro il controllo non è mai totale, anzi è ridotto al minimo. Tutto è lasciato al momento, alla situazione specifica in cui l’opera prende forma. Ogni gesto nasce da un impulso, e l’impulso, per sua natura, è qualcosa di imprevisto, che non può essere davvero controllato. È proprio in questa mancanza di controllo che sento affiorare una forma di verità più autentica rispetto a un gesto perfettamente calcolato.

Se dovessi pensare alle tue opere come a una voce, che tono avrebbe? Sussurrerebbe, griderebbe, o resterebbe in silenzio?
Questa è una bella domanda, ma anche difficile. Probabilmente la mia opera resterebbe in silenzio. Non perché non abbia nulla da dire, ma perché il silenzio è uno spazio aperto, da riempire. È una condizione di possibilità, più che un’assenza.
Nel silenzio può accadere tutto: è il luogo in cui chi guarda può proiettare la propria esperienza, il proprio sentire, la propria verità. È uno spazio che non impone, non guida, non grida, ma accoglie. In questo senso il silenzio diventa la forma più potente di comunicazione, perché lascia allo spettatore la possibilità di immedesimarsi nella mio racconto, nella mia storia, nella mia memoria.
Ti capita mai di riconoscerti nei volti che crei, anche quando non ti appartengono?
Sì, inevitabilmente. Anche quando i volti che creo non mi appartengono direttamente, nascono comunque dalla mia esperienza personale, dai miei gesti e da ciò che percepisco nel momento in cui lavoro su un’immagine.
Ogni intervento porta con sé una traccia di me, del mio modo di guardare e di sentire. Per questo, in qualche maniera, mi riconosco sempre in quei volti: sono immagini in cui, ogni volta, mi rivedo e mi ritrovo, come se ciascun lavoro fosse anche una forma di autoritratto, anche quando non lo è esplicitamente.

Milano è la città dove vivi e lavori da anni. Quanto influisce sulla tua ricerca artistica?
Milano è sicuramente la città italiana in cui l’arte contemporanea ha più possibilità di esprimersi e di essere vista rispetto ad altre città. Non so quanto questo influenzi direttamente la mia ricerca artistica, ma ha un impatto importante sulla mia personalità e sul modo in cui vivo e guardo il mondo.
Milano appartiene al mondo: è un vero melting pot di culture, emozioni e persone che arrivano da ogni parte del pianeta. Tutto questo inevitabilmente influisce sulla mia visione, offrendo spunti continui di riflessione e contaminazione, che si riflettono anche nel mio lavoro. In un certo senso, la città diventa un terreno fertile su cui le idee e le sensibilità possono incontrarsi, mescolarsi e crescere.
C’è un luogo, un ritmo o un dettaglio della città che senti vicino al tuo modo di lavorare?
Sì, c’è un luogo a cui sono profondamente legata, un luogo magico che ogni volta che visito mi provoca un vero tonfo al cuore, perché mi riporta agli anni in cui tutto è iniziato: gli anni in cui ho capito che la mia vita sarebbe stata inevitabilmente dedicata all’arte, che l’arte mi apparteneva e che non ne avrei mai potuto fare a meno, perché si era in qualche modo impossessata di me.
Quel luogo è l’Accademia di Belle Arti di Brera: Camminare nei suoi corridoi significa tornare a quando ero poco più di una ragazzina, immersa in un silenzio sospeso, uno spazio in cui tutto poteva succedere e forse è proprio lì che tutto è cominciato, e mi piace pensare che per tante nuove promesse artistiche è lì che tutto ancora deve succedere.
Come vivi oggi la scena artistica milanese tra le gallerie, le fiere, gli spazi indipendenti? C’è qualcosa che senti in trasformazione?
La scena artistica milanese è molto attiva, tra gallerie, fiere e spazi indipendenti. Rispetto a quando ero più giovane, però, il tempo che riesco a dedicare a viverla è diminuito drasticamente, quindi approfitto di ogni occasione per girare tra questi luoghi e osservare cosa succede.
Per quanto riguarda le trasformazioni, mi piace pensare che siano sempre in atto, ma non necessariamente come proiezione verso il futuro o ricerca di novità a tutti i costi. La trasformazione può essere anche saper leggere la storia stessa della città, comprendere ciò che ha reso Milano un centro artistico così importante, e riconoscere nei suoi anni migliori gli stimoli e i valori che continuano a influenzare la scena attuale.
Dopo aver attraversato questi volti e queste storie, dove potremo ritrovare presto il tuo lavoro qui a Milano? Puoi già darci un’anteprima dei tuoi progetti futuri?
No-Portraits quest’anno raggiunge i suoi dieci anni di progetto, essendo nato nel 2016, e sarà visibile prossimamente a Padova, presso la Black Light Gallery dal 28 febbraio, galleria completamente dedicata alla fotografia. Contemporaneamente, a marzo, continuerà il suo viaggio a Milano per la prossima edizione del Mia Photo Fair, presentato dalla galleria Tallulah Studio Art. Giungerà infine nel cuore di Roma, nella galleria Von Buren Contemporary, con una personale dal 9 maggio.
Dopo questa serie di mostre, No-Portraits entrerà in un momento di sospensione, per permettermi di dedicarmi a nuovi progetti che saranno completamente diversi. Ci sono grandissime novità all’orizzonte, ma per scoprirle dovremo darci un nuovo appuntamento.


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