In conversation: la curatrice Alisia Viola
- Simon Invernizzi
- 18 gen
- Tempo di lettura: 8 min
Aggiornamento: 1 feb
Curare oggi significa ascoltare il tempo, attraversare i linguaggi e progettare esperienze. In questa conversazione, Alisia Viola racconta il suo approccio tra ricerca critica, nuove tecnologie e costruzione di visioni condivise.
A cura di Simon Invernizzi

È una mattina fredda di gennaio, l’aria punge, le mani cercano rifugio nelle tasche, eppure il sole, alto sopra l’ampio piazzale della Fabbrica del Vapore, riesce a scaldare quel tanto da far venire voglia di esplorarne ogni suo luogo.
Attraverso lentamente lo spazio aperto, davanti a me diversi manifesti riportano il nome della persona che sto per incontrare, quasi a formare un piccolo percorso visivo che mi accompagna fino al bar. Entrando la vedo subito: seduta vicino alla vetrata, il computer aperto, lo sguardo concentrato che si scioglie immediatamente in un sorriso caloroso quando mi nota.
Alisia Viola (Milano, 1995) è curatrice d’arte, critica e project manager culturale. Si occupa dell’ideazione e della direzione di progetti di arte contemporanea, collaborando con musei, istituzioni e gallerie in Italia e all’estero. La sua ricerca si concentra sulle nuove pratiche e sui linguaggi emergenti. È anche docente presso diversi istituti di formazione tra cui l’Italian Design Institute.
Scopro, con disappunto e fame crescente, che non hanno brioche vegane, ripiego quindi
sull’acqua e su qualcosa di salato, infondo sono quasi le undici, posso concedermelo.
L'atmosfera del bar è quella tipica della Fabbrica del Vapore: industriale, diretta, con quella patina di memoria che solo i luoghi rigenerati sanno avere. Un tempo officina della Carminati & Toselli, oggi questo spazio è un polo culturale: un crocevia di linguaggi, idee, energie e non è un caso che ci troviamo qui.
Mi siedo di fronte ad Alisia, mentre dalla vetrata dietro di lei intravedo nuovamente il manifesto che annuncia la mostra Artificial Beauty di Andrea Crespi, il progetto attualmente ospitato alla Fabbrica del Vapore, curato da Alisia Viola e Sandie Zanini, e co-prodotto dal museo e dal Comune di Milano.
Alisia chiude delicatamente il portatile, mi guarda con attenzione vera, quella rara, fatta di ascolto e iniziamo a parlare.

Come stai, Alisia? E come sta andando Artificial Beauty? So che rappresenta un passaggio importante per te e per Crespi: è la prima grande mostra istituzionale per entrambi. Cosa ha significato lavorare a un progetto di questa scala?
Ciao Simon, è un piacere incontrarti. Sto attraversando un periodo della mia vita molto fertile e sereno e credo che questo si rifletta anche nel modo in cui vivo i progetti. Artificial Beauty è arrivata al suo ultimo mese ed è senza dubbio il progetto curatoriale più complesso e stratificato che io abbia seguito finora. Siamo molto felici di come stia andando e soprattutto vedere gli sguardi curiosi, le reazioni, le domande del pubblico è forse la parte più preziosa di tutto questo lavoro.
Per me la vera misura di un progetto è riuscire a intercettare il proprio tempo, a costruire un senso che non sia solo teorico ma anche emotivo, esperienziale. Con Andrea lavoriamo insieme da cinque anni, siamo cresciuti insieme e arrivare a questo traguardo insieme ha un valore che va oltre la singola mostra. È stato un progetto che ci ha insegnato cosa significa davvero costruire; prima di tutto un team, poi una visione condivisa e infine uno spazio reale in cui questa visione potesse prendere forma.
È stato un anno molto intenso, in cui abbiamo lavorato per dare vita a una mostra che non fosse semplicemente una sequenza di opere, ma un’esperienza, un attraversamento. Qualcosa che non si limitasse a mostrare, ma che chiedesse al pubblico di abitare le domande che il nostro tempo ci pone.
So che hai già lavorato diverse volte alla Fabbrica del Vapore. Cosa rappresenta per te questo luogo, all’interno della geografia culturale di Milano? Cosa ti restituisce ogni volta che torni qui?
Sì, ho curato diversi progetti alla Fabbrica del Vapore e posso dire che ormai, per me, è diventata una sorta di casa. Se penso a questo spazio all’interno della geografia culturale milanese, penso a un luogo che mette in relazione, che si contamina e che a sua volta genera contaminazioni: un’istituzione dedicata alle arti contemporanee capace di accogliere e attraversare linguaggi molto diversi tra loro. Ogni volta che torno qui ho la sensazione di rientrare in un organismo vivo, che cambia insieme ai progetti che ospita.
È uno spazio che, pur essendo profondamente legato alla propria storia, ti costringe a pensare in modo site-specific, a dialogare con l’architettura, con i vuoti e i pieni, con le distanze e le proporzioni. Per me è un luogo che restituisce sempre una sfida, ma anche una grande libertà. E ogni volta che lavoro qui ho la sensazione di non stare semplicemente presentando una mostra o un progetto, ma di lasciare una traccia dentro qualcosa che continuerà a vivere anche dopo di noi.


Quando ti avvicini a un nuovo progetto, qual è il primo gesto curatoriale che compi?
Da cosa parti: dall’artista, dallo spazio, dal tema, da un'urgenza?
Credo che il primo gesto curatoriale non sia mai un gesto visibile. È un atto di ascolto. Prima ancora di pensare alle opere o al dialogo con il contesto, cerco di capire che tipo di domanda sta chiedendo di essere posta. Ogni progetto, se è necessario, nasce sempre da un’urgenza del tempo che stiamo attraversando. A volte questa urgenza prende il volto di un artista, a volte quello di uno spazio, a volte è una frizione teorica, un’intuizione fragile che non so ancora nominare. Non credo in un punto di partenza fisso, ma credo profondamente nell’ascolto, nel dialogo e nel confronto.
Il mio lavoro inizia quando sento che tra elementi diversi che possono essere un luogo, una ricerca, un’opera, si crea un campo magnetico che chiede di essere abitato. Solo dopo arriva la costruzione vera e propria: scegliere, sottrarre, montare, coreografare. Per me curare significa prendersi cura nel reale senso del termine; costruire le condizioni perché qualcosa possa accadere. In fondo, ogni mostra è un tentativo di rendere visibile un mondo che ancora non sappiamo formulare fino in fondo.
Il tuo lavoro unisce dimensione critica, project management e direzione creativa. Come convivono queste tre anime quando costruisci una mostra o un progetto culturale? Ti capita mai che una prevalga sulle altre?
Non le penso come tre funzioni separate, ma come tre livelli della stessa responsabilità.
La dimensione critica è ciò che dà profondità a un progetto, la sua struttura invisibile; la direzione creativa è il modo in cui quel pensiero prende forma e diventa esperienza, spazio, ritmo; il project management è ciò che permette a tutto questo di esistere davvero, di prendere corpo nel reale.
Se una di queste dimensioni prende il sopravvento sulle altre, il progetto si sbilancia e rischia di diventare un esercizio puramente teorico, un gesto estetico vuoto o un’operazione efficiente ma priva di anima. Il mio lavoro sta proprio nel tenere insieme queste tre forze in un equilibrio produttivo costante.

La tua ricerca critica guarda molto ai linguaggi emergenti. Quali sono, secondo te, le pratiche che oggi stanno ridefinendo il vocabolario dell’arte contemporanea? E cosa ti attrae di più di queste zone di sperimentazione?
Oggi, fortunatamente, viviamo in un momento in cui ciò che viene osservato e messo in discussione per primo non è tanto il linguaggio o la tecnica adottata da un artista, quanto il pensiero e ciò che realmente vuole esprimere. Credo sia fondamentale essere consapevoli di ciò che si vuole trasmettere al mondo, trovare una forma che faccia vibrare una necessità autentica. Le pratiche sono molteplici e, in un certo senso, sempre meno distinguibili tra loro.
Se da una parte la pittura continua a essere il linguaggio universale dell’arte, in costante rinnovamento, dall’altra l’integrazione dei media digitali sta sicuramente contribuendo a ridefinire il campo dell’arte contemporanea. L’intelligenza artificiale è diventata per molti una sorta di pennello contemporaneo e un’estensione del processo creativo. Personalmente sono sempre attratta da ciò che ancora non conosco, da quei linguaggi che forse non sono nemmeno nati del tutto. Mi interessa sempre di più lavorare in quelle zone di ibridazione tra tecniche ed espressioni diverse, dove le cose non sono ancora completamente definite.
Qual è l’errore più utile che hai fatto nel tuo percorso? Non quello che vuoi dimenticare, ma quello che, a distanza di tempo, ha cambiato il modo in cui guardi il tuo lavoro?
Ti ringrazio per questa domanda, la trovo bellissima e molto costruttiva. Di solito mi viene chiesto qual è stato il progetto più ambizioso o la cosa più bella del mio lavoro. In realtà credo che, più di ogni altra cosa, siano gli errori a costruirci: sbagliare e fallire ci permette di crescere davvero e di migliorarci giorno dopo giorno.
L’errore più utile per me è stato quello di non lottare abbastanza per prendermi ciò che desideravo, di mettermi da parte e, di conseguenza, di non cogliere all’inizio alcune occasioni che nel mio lavoro mi avrebbero fatto bene. Sono una persona piuttosto perfezionista e quindi molto autocritica, e questi aspetti hanno inciso a lungo sul mio modo di muovermi. Non ottenendo ciò che volevo, ho capito che dovevo cambiare metodo e avere una strategia, avere più chiara la direzione e rischiare di più. Crescendo ho capito molte cose e sono nate tante consapevolezze che oggi mi aiutano sicuramente nel mio percorso lavorativo.

Insegni Nuove tecnologie delle arti applicate e lavori spesso su progetti ibridi. Che ruolo ha oggi il digitale nella curatela? E cosa deve ancora imparare il sistema dell’arte da questo mondo?
Partirei dal fatto che il digitale è un’estensione biologica della nostra vita. Di conseguenza, anche nel mio campo viene utilizzato in questo senso, amplificando progetti, esperienze e pubblici. Oggi il digitale non è più solo uno strumento, ma diventa parte dell’ ambiente mentale, culturale e percettivo dentro cui già viviamo. Per questo, nella curatela, non lo penso come un linguaggio separato, ma come una forza che ha già modificato il modo in cui produciamo immagini, costruiamo narrazioni, organizziamo il tempo e lo spazio dell’esperienza.
Quello che mi interessa davvero è capire come stia già cambiando il modo di creare e di fruire l’arte, dalla realizzazione delle opere alla costruzione di un allestimento. Il sistema dell’arte, secondo me, deve ancora imparare a riconoscerlo come un’infrastruttura. Finché lo vedremo come una categoria, resterà qualcosa di separato.
La vera sfida è accettare che ha già trasformato le nostre vite, il nostro modo di creare e di pensare e a mio avviso non ha più senso scindere fisico e digitale, perché viviamo pienamente nell’era digitale ed è giusto saper accogliere e analizzare tutto ciò che di positivo e intelligente questi strumenti possono offrirci. Oggi curare significa anche saper lavorare dentro sistemi che non smettono mai di aggiornarsi e che, proprio per questo, non possono più essere pensati come definitivi.
Dopo Artificial Beauty, vedremo altri tuoi progetti in città? Hai progetti o desideri che senti pronti a emergere?
Sì, nei prossimi mesi ci saranno nuovi progetti, in città e non solo a Milano. Questo però è soprattutto un tempo di sedimentazione per me, un momento in cui sto lavorando più sulla scrittura, sulla ricerca e sulla genesi delle idee che non mancano mai e sbocciano sempre di più. Alcuni percorsi sono già iniziati, altri stanno ancora cercando il proprio terreno e prenderanno corpo gradualmente nel corso dei prossimi mesi. In fondo continuo a credere che un sogno smetta di essere solo un desiderio nel momento esatto in cui si comincia a lavorarci davvero. Proprio prima che arrivassi stavo scrivendo qualcosa che assomiglia ancora a un sogno. Vedremo se avrà il coraggio di diventare un progetto.


Commenti