Se la Magnolia potesse parlare
Aggiornamento: 1 ott
MAGNOLIA all’Accademia di Belle Arti di Brera: diciotto artisti diplomati tornano nel luogo della propria formazione.
a cura di: Cecilia Severini

Un grande sipario di foglie di magnolia si apre dinanzi a me. Apre la strada e lo sguardo verso un continuo perdersi e ritrovarsi, dentro uno spazio che per generazioni di studenti ha rappresentato molto più di un semplice luogo di passaggio.
In occasione del duecentocinquantesimo anniversario dell’Accademia di Brera, dal 15 settembre al 3 ottobre 2026, MAGNOLIA si presenta come l’evento conclusivo delle celebrazioni della Grande Brera. Curata da Massimo Kaufmann, con un testo critico firmato da Lorenzo Madaro e un intervento di Marco Cingolani, la mostra riunisce diciotto artisti già diplomati all’Accademia di Belle Arti di Brera, chiamati a tornare, attraverso le proprie opere, in quel luogo che ha accompagnato una parte fondamentale della loro formazione: l’ex chiesa di San Carpoforo.
Diciotto gesti, diciotto tracce, diciotto impronte differenti, accomunate da una stessa esperienza: essere cresciuti all’ombra della magnolia e, allo stesso tempo, aver contribuito a farla crescere attraverso le proprie esperienze, conversazioni, sperimentazioni e riflessioni. Non è soltanto un luogo di riposo tra una lezione e l’altra, ma uno spazio di crescita, progettazione e sogno.
Sotto quella magnolia si sono incontrate idee ancora da sviluppare, progetti appena abbozzati, ambizioni e possibilità. C’è chi, come me ancora oggi, ha sognato a occhi aperti seduto sotto i suoi rami, rimboccandosi le maniche e cercando di dare forma, poco alla volta, a ciò che ancora non esisteva. È forse proprio qui che la magnolia diventa un archivio vivente: non conserva soltanto i ricordi di chi è passato, ma continua ad accogliere quelli di chi, ancora oggi, sotto le sue foglie immagina il proprio futuro.

È proprio Roberto De Pinto a fare da varco tra la soglia dell’ex chiesa e ciò che quegli studenti hanno creato sotto quell’albero. Con Disegnare la Magnolia e le sue inconfondibili tele popolate da corpi maschili, l’artista porta in scena una pittura viva, fatta di pelle, sensualità e intimità mediterranea. La natura e il corpo si intrecciano in un rituale di cura e ricerca identitaria, dove le foglie di magnolia diventano estensione del tatto e del desiderio. De Pinto traccia così un primo, potente punto di ancoraggio, introducendo un percorso che invita lo spettatore a perdersi, ritrovarsi, per poi ancora perdersi e ritrovarsi.
Perdersi, innanzitutto, nell’immaginario di Aronne Pleuteri, dove la pittura esplode in un cortocircuito di forme primordiali, istintive e imprevedibili. Il suo gesto, saturo di una potente carica ironica ed espressiva, abbandona ogni rigore formale per lasciare spazio a macchie e presenze di puro colore: una dimensione libera che ci mette in una condizione in cui compostezza e prevedibilità sono del tutto escluse allo sguardo.
Anche nei lavori di Denise Ceragioli il colore gioca un ruolo importante: fluido e affrancato da contorni definiti, si muove libero e autonomo. Eppure, non è lui il vero protagonista. Questo ruolo spetta alla materia: la cera, un materiale imprevedibile, autonomo e dotato di un’identità mutevole e incontrollabile. La materia emerge, sboccia dalla tela; poi si ritrae, facendo spazio al colore sottostante; poi emerge nuovamente e così via, in un continuo brulicare di forme indefinite.
La fluidità materica si inserisce anche nel lavoro di Claudia Mangone. La materia viene plasmata fino a trovare la sua completezza in un'intima e leggera, ma al contempo potente e squadrata geometrizzazione. Sulla parete, l'opera sembra quasi sgocciolare, rivelando la natura di un soggetto leggero e scivoloso: un gioco di opacità e trasparenze che inganna lo sguardo e ne destabilizza le certezze. Questo disorientamento trova continuità nell’instabilità delle sculture di Martina Franchini: un invito ad abbandonarsi alla precarietà senza paure, ansie o inquietudini. È nel disequilibrio che ogni cosa ritrova la sua collocazione; è nella disarmonia che la composizione risuona secondo una sua profonda cadenza orchestrale.

Una tensione ritmica e immediata appartiene anche al lavoro di Matteo Capriotti. Con un gesto energico, l’artista ci ricorda qualcosa di familiare ma che, al contempo, ci inquieta. La familiarità e la dimestichezza che condividiamo con la lavagna, oggetto a noi tutti congeniale, si annulla nel momento in cui iniziamo a perderci nella tensione di un gesto rapido, quasi un appunto, richiamando non solo una dimensione di ironica fanciullezza, ma anche l’arcaicità della traccia.
Con un registro differente, Gabriele Napoli presenta contorni che, pur mantenendo una presenza netta grazie al peso e alla corposità del gesso, finiscono per dissolversi, confondendosi l'uno nell'altro in un continuo compenetrarsi di materia e pigmento. Al limite tra realtà, fantasia e ricordo, le sue opere si presentano come sogni intrisi di misteri e cose non dette. L’occhio dello spettatore si perde, oscillando tra la cupezza e l'ambiguità di uno spazio al contempo urbano e naturale, in un equilibrio perfetto tra il turbamento dell'ignoto e la rassicurazione del familiare.
Se lo smarrimento azzera i riferimenti visivi, la dimensione del ritrovarsi si muove invece attraverso il riconoscimento. È il caso dei lavori di Emilio Gola, che parlano di ciascuno di noi: dei nostri oggetti, dei vestiti che indossiamo, delle nostre acconciature. Le sue composizioni ci mettono di fronte a scene osservate ora frontalmente, ora dall’alto, come attraverso l’obiettivo di una telecamera. Sorge spontaneo un interrogativo: siamo noi a guardare la figura o è la figura che, con un sottile accenno di sfida, sta guardando noi?


Questa stessa dimensione di intima quotidianità e memoria familiare si ritrova, con un linguaggio differente, nell’opera di Ermanno Brosio. Attraverso un sapiente lavoro manuale di taglio e cucito, le sue opere prendono forma da assemblaggi di stoffe ricavate da vecchi abiti, i cui tessuti sbocciano armoniosi sulla tela. Pur avendo perso la loro funzione originaria, questi elementi continuano a parlare di tutti noi, custodendo le tracce di storie vissute che potrebbero essere facilmente le nostre.
Se in Brosio il ricordo si affida alla materia e al tatto, con Martina Cassatella la dimensione dell'intimo si fa impalpabile. L’artista non ci presenta un’energia esplicita, ce la suggerisce. Ci insinua la forza di una luce calda, origine e fine di ogni cosa, concentrando l’attenzione sulle mani: mani che non cattureranno mai questo bagliore, il quale le attraversa a ogni spiraglio senza altra possibilità. Con questo lavoro, l’artista celebra un gesto umano universale, facendo rivivere in ognuno di noi un’emozione intimamente condivisa.
Dalla poesia di questo singolo gesto, il percorso del ritrovarsi si estende alla rievocazione di un intero patrimonio visivo radicato nella memoria collettiva. È qui che si inserisce il lavoro di Francesco Marcone, che attinge a questo archivio condiviso presentando scene a tutti noi care e familiari, costruite come veri e propri quadri storici riabitati dalla contemporaneità. A questa immediatezza visiva segue però uno smarrimento sottile: con un pizzico di ironia, l’artista ci pone dinanzi a una provocazione teatrale in cui il tempo si fa univoco e la storia sembra essersi improvvisamente fermata.

Marcone non è l’unico ad attingere a questo repertorio di immagini collettive. Nicolò Villa riproduce infatti con una precisione millimetrica documenti ufficiali, passaporti e carte d'identità, elevandoli al rango di veri e propri ritratti. Attraverso questo raffinato inganno visivo, l'artista ci educa all'attenzione e alla cura verso oggetti quotidiani nati per un uso puramente funzionale e momentaneo, rivelando la carica identitaria di elementi che la fretta di tutti i giorni ci porta solitamente a ignorare.
Questo stesso impulso a riattivare la memoria e ad abitare l'archivio risuona nell'opera audio di Cecilia Mentasti. L'artista costruisce una narrazione intima ed emotiva raccontando a cento cani le vicende di altrettanti artisti italiani del Novecento. Svestendo la storia dell'arte da ogni presunzione storiografica, la sua ricerca restituisce ai racconti del passato una profonda componente affettiva, offrendo uno spazio di ascolto e di accoglienza che diventa, a tutti gli effetti, un ideale e condiviso "posto dove stare".
La riflessione sulla memoria e sull’identità prosegue lungo una traiettoria differente nell'opera di Andrea Loi, che, a differenza degli artisti precedenti, sceglie di celare la propria identità, mettendo in crisi la tradizione pittorica classica legata al ritratto e all’autoritratto. Le figure maschili costituiscono una presenza costante nei suoi lavori: personaggi che fissano lo spettatore con un'aria di provocatoria sfida, conservando una rigidità e una compostezza solenne in ogni situazione.

Infine, la mostra ci ricorda che ritrovarsi significa anche riscoprire la pazienza e la dedizione dell’osservare. Soffermarsi a indagare, a scrutare, senza la fretta di esaurire un’esperienza visiva ed estetica per l’ansia di passare a quella successiva. Fermarsi, semplicemente. È questo che Stefano De Paolis e Massimo Pugliese ci inducono a fare, in due modi distinti. Se De Paolis lavora su un contrasto quasi impercettibile, affidandosi all'impalpabile candore della superficie, Pugliese ricerca un chiaroscuro più evidente, dove la luce emerge dall’oscurità.
De Paolis, attraverso il disegno, ci invita alla cura, alla pacatezza e all’accortezza. Il suo segno sussurra in modo minuzioso e certosino qualcosa di elusivo, che si palesa allo sguardo soltanto dopo alcuni secondi di contemplazione, portandoci a riflettere sull’opera anche come pura esperienza fisica. Nei lavori di Massimo Pugliese l’opera richiede tempo, ma pretende anche dolcezza e pazienza. L’uomo si ricongiunge silenziosamente con la natura, ed entrambi risplendono, insieme, nella cupezza del contesto, fino a perdersi e a confondersi l’uno nell’altra.

In questa stessa dimensione temporale si colloca la ricerca del duo VENERDISABATO (Luca Guarino e Sara Lomboni). Chi è Venerdì e chi è Sabato? La dualità così vicina e al contempo così distante di queste due parole, che ciascuno di noi associa a momenti ben precisi della propria routine, diventa la chiave del loro lavoro. Non ci è dato sapere chi sia l’uno e chi l’altro, proprio perché nulla interviene a separarli nettamente. Il loro lavoro si insinua così nell’inevitabile soglia che ognuno di noi attraversa quotidianamente, sospeso nello spazio fluido tra il passaggio da uno stato e il suo opposto.
In questo continuo movimento tra smarrimento e riconoscimento, MAGNOLIA rivela la ciclicità del perdersi e del ritrovarsi all’ombra dell'Accademia, ricordandoci come la memoria della formazione non sia mai un semplice ritorno al passato, ma un'origine viva. Un grande sipario di foglie di magnolia si apre dinanzi a me, per poi richiudersi alle mie spalle. La magnolia ha accompagnato gli artisti lungo il loro percorso, custodendone tracce, esperienze e possibilità, fino a lasciarli davanti a un nuovo orizzonte.
Info utili alla visita:
Location: Ex chiesa di San Carpoforo (via Marco Formentini, 14 - 20121 Milano)
Date: 15 settembre - 3 ottobre, 2026
Orari: lunedì - venerdì: 10:00 - 18:30
Sabato: 10:00 - 13:00
Domenica: chiuso




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