Fondazione Prada presenta una nuova installazione permanente di Alex Da Corte
Con Housepainter II, l’artista americano entra nel progetto permanente Atlas della Fondazione Prada. Accanto a Mouse Museum (Van Gogh Ear), un imbianchino in rosa e una collezione di oggetti pop mettono in discussione il rapporto tra identità, memoria e spazio espositivo.

Cosa succede quando un personaggio dei cartoni animati entra in un museo e comincia a ridipingerne le pareti? Con Housepainter II (2025), Alex Da Corte trasforma un gesto quotidiano in un’azione che interroga il significato dell’autorappresentazione, il potere delle immagini popolari e il modo in cui le opere abitano lo spazio espositivo. Dal 28 ottobre 2026, l’installazione entra a far parte di Atlas, il progetto permanente di Fondazione Prada a Milano, dove viene presentata accanto a un’altra opera dell’artista americano, Mouse Museum (Van Gogh Ear) (2022).
Il confronto tra i due lavori permette di entrare nel mondo di Da Corte attraverso due modalità apparentemente opposte: da una parte, la raccolta e la conservazione degli oggetti come strumenti per ricostruire una memoria personale; dall’altra, un’azione che si espande nello spazio, modificandone progressivamente l’aspetto. In entrambi i casi, l’identità non è qualcosa di stabile da rappresentare, ma una costruzione in continuo movimento, alimentata da immagini, ricordi, desideri e riferimenti culturali.
Housepainter II: la Pantera Rosa al lavoro
Al centro di Housepainter II c’è una figura immediatamente riconoscibile: la Pantera Rosa. L’iconico personaggio della cultura popolare diventa qui l’avatar dell’artista, vestendo i panni di un imbianchino impegnato a dipingere le pareti dello spazio espositivo. Rullo, secchio e telo protettivo sono gli strumenti di un intervento che prende le mosse da un’attività ordinaria, trasformandola in una riflessione sul lavoro, sulla rappresentazione di sé e sulla possibilità di modificare l’ambiente attraverso un gesto ripetuto.
La scelta della Pantera Rosa non è soltanto una trovata ironica. Nella pratica di Da Corte, i personaggi della cultura pop e gli oggetti della vita quotidiana diventano strumenti attraverso cui osservare la società e le sue contraddizioni. L’artista attinge tanto all’immaginario popolare quanto alla storia dell’arte, facendo convivere riferimenti apparentemente distanti e mettendo in discussione la gerarchia tra cultura alta e cultura di massa.
La Pantera Rosa, con la sua identità visiva immediata, offre così una figura attraverso cui l’artista può rappresentarsi senza ricorrere al proprio volto. L’autorappresentazione passa attraverso un personaggio già esistente, una maschera culturale che permette di esplorare il rapporto tra individuo e immagine pubblica. Chi siamo, in fondo, se non anche l’insieme delle figure, dei simboli e dei racconti attraverso cui impariamo a riconoscerci?


In Housepainter II, però, il personaggio non si limita a occupare la scena: agisce sullo spazio. La pittura diventa un processo di trasformazione, un gesto che lascia traccia e che suggerisce la possibilità di intervenire sul mondo circostante, senza necessariamente arrivare a una conclusione definitiva.
Lo stesso Da Corte descrive l’opera come un lavoro destinato a espandersi, capace di modificare l’ambiente e di spingersi sempre più verso l’esterno. L’imbianchino, fermatosi nel mezzo di una fatica che sembra non avere fine, si interroga sulla quantità di lavoro ancora da compiere e sulla misura in cui le sue azioni possano colorare un paesaggio sconfinato. È proprio questa sproporzione tra il gesto concreto e l’ampiezza del suo possibile risultato a conferire all’installazione una dimensione insieme umoristica e inquieta.
Dipingere una parete diventa allora qualcosa di più che cambiare il colore di una superficie: è il tentativo di lasciare un segno, di appropriarsi temporaneamente di un luogo e di ridefinire il rapporto con ciò che lo circonda.
Mouse Museum (Van Gogh Ear): gli oggetti come autoritratto
Se Housepainter II guarda all’identità attraverso l’azione, Mouse Museum (Van Gogh Ear) costruisce un percorso inverso, rivolto verso l’interno. Realizzata nel 2022 per la mostra Mr. Remember al Louisiana Museum of Modern Art, in Danimarca, l’opera rende omaggio al Mouse Museum di Claes Oldenburg, reinterpretandone la struttura con un’ironia che sfiora il grottesco.
Oldenburg aveva trasformato una collezione di oggetti industriali in un museo in miniatura, dando valore espositivo a elementi ordinari e trasformandoli in testimonianze della cultura materiale. Da Corte riprende la struttura ispirata alla testa di Topolino, riconoscibile anche nei contorni che richiamano una cinepresa, ma interviene su di essa in maniera provocatoria: il museo presenta un orecchio mancante, riferimento all’episodio di Vincent van Gogh, figura emblematica di un immaginario artistico in cui vita, sofferenza e mito si intrecciano.


All’interno, una lunga teca raccoglie centinaia di oggetti della cultura popolare appartenenti alla collezione personale dell’artista. Sono cose raccolte, conservate e messe in relazione, frammenti di un universo privato che, attraverso la loro esposizione, diventano elementi di un autoritratto indiretto.
Non è il volto dell’artista a raccontarne l’identità, ma la costellazione di oggetti che ha scelto di trattenere. Ogni elemento porta con sé associazioni, ricordi e desideri; insieme, gli oggetti compongono una sorta di archivio emotivo, nel quale il personale si intreccia con un repertorio condiviso di immagini e simboli.
Da Corte definisce il Mouse Museum un mausoleo, un deposito di cose trovate e create, raccolte e presentate come in un sogno a occhi aperti. È un’immagine significativa, perché restituisce la duplice natura dell’opera: luogo di conservazione, ma anche spazio in cui gli oggetti perdono la loro funzione originaria per acquisire nuovi significati. Il museo non si limita a custodire le cose, ma le sottrae alla quotidianità e le trasforma in strumenti di conoscenza.
Due modi di abitare lo spazio
La presentazione congiunta di Housepainter II e Mouse Museum (Van Gogh Ear) rende evidente una tensione che attraversa entrambi i lavori: il bisogno di contenere il mondo e, allo stesso tempo, quello di oltrepassarne i confini.
Da una parte c’è una struttura chiusa, introspettiva, che raccoglie oggetti e li organizza in una sorta di archivio personale. Dall’altra, un campo rosa che si espande attraverso il gesto della pittura, modificando l’ambiente e aprendosi verso l’esterno. Il primo lavoro conserva, seleziona e cataloga; il secondo agisce, trasforma e occupa.
È lo stesso Da Corte a sottolineare questo contrasto, individuando nel museo un monolite nero, radicato e capace di assorbire la luce, mentre l’imbianchino dà forma a un campo rosa illuminato dal sole, che si proietta sul mondo circostante. Due immagini opposte, ma complementari, che suggeriscono altrettanti modi di rapportarsi alla realtà: raccogliere ciò che ci definisce oppure intervenire su ciò che ci circonda.

La differenza riguarda anche il modo in cui il pubblico incontra le opere. Nel Mouse Museum, lo sguardo si sofferma sugli oggetti, sulle loro differenze e sulle relazioni che si instaurano all’interno della teca. In Housepainter II, invece, l’attenzione si sposta verso un’azione e verso le conseguenze che questa produce nello spazio. Non si tratta soltanto di osservare un’opera, ma di confrontarsi con un ambiente che viene pensato come qualcosa di modificabile, aperto a una trasformazione.
Entrambe le installazioni mettono così in discussione l’idea del museo come contenitore neutro, uno spazio che si limita a ospitare opere già compiute. Qui l’ambiente espositivo diventa parte integrante del lavoro: può essere archivio, paesaggio, superficie da modificare o luogo in cui la memoria prende forma.
Atlas, una mappa in continua evoluzione
Atlas è il progetto espositivo della Fondazione Prada concepito come una mappatura delle idee e delle visioni che hanno attraversato le attività dell’istituzione dal 1993 a oggi. Attraverso accostamenti tra artisti e opere di periodi e linguaggi differenti, il percorso costruisce un dialogo aperto, destinato a trasformarsi nel tempo con l’ingresso di nuovi lavori e prospettive.
In questo contesto, la ricerca di Alex Da Corte si inserisce in una riflessione più ampia sulle possibilità dell’arte contemporanea di reinterpretare immagini e oggetti della cultura popolare. Tra ironia e straniamento, le sue opere indagano temi come l’identità, la memoria e il rapporto tra individuo e ambiente, mostrando come anche ciò che appare familiare possa diventare uno strumento per mettere in discussione il modo in cui guardiamo il mondo.



Commenti